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Galleria


01 Porta d’ingresso
c-print - cm. 25x20 - ed. 3/5

 


03 Stipite della porta del soggiorno
c-print - 7 pezzi di cm. 26x12 ciascuno - ed. 1/5


05 Parete della cucina a sinistra della porta-finestra
c-print - cm. 128x102 - ed.1/5


07 Schienale della sedia della nonna in cucina
c-print - cm. 32x40 - ed.1/5


10 Parete della camera da letto con l’impronta...
c-print - cm 73x58 - ed. 2/5


11 Parete della camera da letto di fronte al letto...
c-print - cm. 102x85 - ed. 1/5


13 Parete della stanza da bagno sopra il lavandino
c-print - cm. 21x40 - ed. 2/5


16 Pavimento dell’ingresso
c-print - cm. 100x120 - ed. 1/5


25 Finestra della camera mia e della nonna
c-print - cm 157x117 - ed. 1/5

< ALESSANDRO VICARIO : "Frammenti domestici tra memoria e oblio"

Il tempo che si deposita sulle pareti domestiche e dentro di noi. Il tempo dello sguardo e della memoria. Il tempo dell’oblio. Dimensioni immateriali dell’esperienza che si manifestano attraverso tracce tangibili, che la rappresentazione fotografica trasfigura, trasforma in segni. Segni di giorni vissuti; di giorni ricordati; di giorni dimenticati (o destinati a esserlo).

Segni di una persona a me cara - la mia nonna paterna - che tra quelle pareti abitò per oltre quarant’anni. Io stesso per un certo periodo ho abitato con lei, al quarto piano di una palazzina popolare in via Sant’Abbondio, a Milano. Per cinque anni: gli ultimi della sua lunga vita.
Ho isolato alcuni frammenti della casa ormai spoglia e ne ho ricavato dei ‘reperti visivi’. Essi rimandano all’ambiente dal quale sono stati ‘prelevati’, così come i reperti archeologici rimandano a persone, a luoghi, a vicende trascorse.
Ho fotografato la casa poco dopo la morte della nonna, avvenuta nel gennaio 1999. L’appartamento era stato quasi completamente sgomberato: il vuoto che ne derivava, oltre a esporre allo sguardo cose prima nascoste, si era colmato d’assenza.
Ero ritornato nella casa, con l’attezzatura fotografica, con l’intenzione di fotografare lo stipite sul quale mia nonna e i miei genitori segnavano i progressi della mia crescita, quando ero bambino. Se si controllassero le date, si noterebbe che le misurazioni erano fatte quasi sempre di sabato. Tutti i sabati mio padre mi veniva a prendere a scuola e andavamo a pranzare dalla nonna. Poi io rimanevo da lei tutto il pomeriggio. All’imbrunire, ero preso dalla malinconia. E il distacco dalla nonna, quando mio padre o mia madre venivano a riprendermi, a sera, mi metteva il magone. Se poi avevo bisticciato con lei - talvolta accadeva – la separazione era ancora più triste.
Come ho detto, ero ritornato lì per fotografare lo stipite. Ma aggirandomi nelle stanze vuote e silenziose, cominciai a notare le tante tracce di vita che la mancanza del mobilio aveva svelato o reso più manifeste. Ne fui profondamente impressionato. Il dolore per il lutto recente era intenso: ma acuiva i miei sensi e rendeva vivissimi (e struggenti) i ricordi. Fu così che, dopo aver fotografato lo stipite, mi misi a fotografare un altro particolare, poi un altro, e un altro ancora. Per più di una settimana tornai lì ogni giorno: ogni giorno mi trattenevo dalla mattina alla sera: osservavo, ricordavo, aspettavo la luce desiderata, fotografavo. Senza fretta, concentrandomi su cose che rimangono sullo sfondo della quotidianità e alle quali non si dedica in genere particolare attenzione, ma che la fotografia può tramutare in segni carichi di valori simbolici e di risonanze emotive.
L’appartamento di via Sant’Abbondio è stato poi venduto a una giovane donna: è stato ristrutturato e ammodernato. Quelle pareti segnate dalla vita e dal tempo non esistono più. Ne rimane traccia nella memoria di pochi e nell’emulsione di qualche decina di lastre fotografiche.
In seguito, i miei genitori decisero di rimodernare la vecchia casa in Toscana, a Chianciano, nella quale trascorrevo parte delle vacanze estive, da bambino e da ragazzo, insieme con la nonna. Era speciale, quella casa. Si trova nel cuore del centro storico. A ‘Chianciano paese’, come si usava dire (in opposizione a Chianciano Terme, la parte moderna): un ampio appartamento dai soffitti alti e con le travi a vista, i muri spessi, al piano terreno di un condominio ricavato dove un tempo si trovava il convento delle suore francescane, attiguo alla chiesa collegiata. C’è ancora un che di claustrale, nell’androne comune. E nell’appartamento risuona la voce solenne dell’organo, quando si celebra la messa nella chiesa lì accanto.
Il pensiero che quelle pareti sarebbero state ripulite e imbiancate a fresco; e i pavimenti sostituiti, mi ha spinto a proseguire lì la ricerca già intrapresa a Milano. È nata così la seconda parte dei Frammenti domestici.
Erano anni, ormai, che non tornavo a Chianciano. Vi andai nell’estate del 2000 e poi, di nuovo, nell’estate del 2001. Scelsi l’estate per ritrovare le atmosfere e la luce di allora. Lì si andava sempre tra luglio e agosto. Neppure una volta capitò di andarci in un’altra stagione.
Ora, anche di quelle pareti e di quei pavimenti non rimangono che le tracce incerte della memoria umana e quelle, non meno precarie, della memoria fotografica.

Le immagini che formano i Frammenti domestici aspirano a essere fedeli riproduzioni delle porzioni di mondo che rappresentano. Ho lavorato con un apparecchio di grande formato, la vecchia Linhof Technicardan di mio padre: uno strumento che favorisce la cura meticolosa e garantisce la restituzione fine dei particolari.
Ma, paradossalmente, la riproduzione fedele di alcuni frammenti di realtà, isolati dal loro contesto, trasfigura la realtà stessa: i soggetti fotograficamente riprodotti appaiono qualcosa di nuovo e quasi inaspettato. E proprio questa visione diversa e rinnovata di ciò che sembra famigliare e conosciuto è per me una ragione del fascino e della potenza espressiva della fotografia.

Alessandro Vicario
Milano, novembre 2005