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Il tempo che si deposita sulle
pareti domestiche e dentro di noi. Il tempo dello
sguardo e della memoria. Il tempo dell’oblio. Dimensioni
immateriali dell’esperienza che si manifestano
attraverso tracce tangibili, che la rappresentazione
fotografica trasfigura, trasforma in segni. Segni di
giorni vissuti; di giorni ricordati; di giorni
dimenticati (o destinati a esserlo).
Segni di una persona a me cara - la mia nonna paterna -
che tra quelle pareti abitò per oltre quarant’anni. Io
stesso per un certo periodo ho abitato con lei, al
quarto piano di una palazzina popolare in via Sant’Abbondio,
a Milano. Per cinque anni: gli ultimi della sua lunga
vita.
Ho isolato alcuni frammenti della casa ormai spoglia e
ne ho ricavato dei ‘reperti visivi’. Essi rimandano
all’ambiente dal quale sono stati ‘prelevati’, così come
i reperti archeologici rimandano a persone, a luoghi, a
vicende trascorse.
Ho fotografato la casa poco dopo la morte della nonna,
avvenuta nel gennaio 1999. L’appartamento era stato
quasi completamente sgomberato: il vuoto che ne
derivava, oltre a esporre allo sguardo cose prima
nascoste, si era colmato d’assenza.
Ero ritornato nella casa, con l’attezzatura fotografica,
con l’intenzione di fotografare lo stipite sul quale mia
nonna e i miei genitori segnavano i progressi della mia
crescita, quando ero bambino. Se si controllassero le
date, si noterebbe che le misurazioni erano fatte quasi
sempre di sabato. Tutti i sabati mio padre mi veniva a
prendere a scuola e andavamo a pranzare dalla nonna. Poi
io rimanevo da lei tutto il pomeriggio. All’imbrunire,
ero preso dalla malinconia. E il distacco dalla nonna,
quando mio padre o mia madre venivano a riprendermi, a
sera, mi metteva il magone. Se poi avevo bisticciato con
lei - talvolta accadeva – la separazione era ancora più
triste.
Come ho detto, ero ritornato lì per fotografare lo
stipite. Ma aggirandomi nelle stanze vuote e silenziose,
cominciai a notare le tante tracce di vita che la
mancanza del mobilio aveva svelato o reso più manifeste.
Ne fui profondamente impressionato. Il dolore per il
lutto recente era intenso: ma acuiva i miei sensi e
rendeva vivissimi (e struggenti) i ricordi. Fu così che,
dopo aver fotografato lo stipite, mi misi a fotografare
un altro particolare, poi un altro, e un altro ancora.
Per più di una settimana tornai lì ogni giorno: ogni
giorno mi trattenevo dalla mattina alla sera: osservavo,
ricordavo, aspettavo la luce desiderata, fotografavo.
Senza fretta, concentrandomi su cose che rimangono sullo
sfondo della quotidianità e alle quali non si dedica in
genere particolare attenzione, ma che la fotografia può
tramutare in segni carichi di valori simbolici e di
risonanze emotive.
L’appartamento di via Sant’Abbondio è stato poi venduto
a una giovane donna: è stato ristrutturato e
ammodernato. Quelle pareti segnate dalla vita e dal
tempo non esistono più. Ne rimane traccia nella memoria
di pochi e nell’emulsione di qualche decina di lastre
fotografiche.
In seguito, i miei genitori decisero di rimodernare la
vecchia casa in Toscana, a Chianciano, nella quale
trascorrevo parte delle vacanze estive, da bambino e da
ragazzo, insieme con la nonna. Era speciale, quella
casa. Si trova nel cuore del centro storico. A
‘Chianciano paese’, come si usava dire (in opposizione a
Chianciano Terme, la parte moderna): un ampio
appartamento dai soffitti alti e con le travi a vista, i
muri spessi, al piano terreno di un condominio ricavato
dove un tempo si trovava il convento delle suore
francescane, attiguo alla chiesa collegiata. C’è ancora
un che di claustrale, nell’androne comune. E
nell’appartamento risuona la voce solenne dell’organo,
quando si celebra la messa nella chiesa lì accanto.
Il pensiero che quelle pareti sarebbero state ripulite e
imbiancate a fresco; e i pavimenti sostituiti, mi ha
spinto a proseguire lì la ricerca già intrapresa a
Milano. È nata così la seconda parte dei Frammenti
domestici.
Erano anni, ormai, che non tornavo a Chianciano. Vi
andai nell’estate del 2000 e poi, di nuovo, nell’estate
del 2001. Scelsi l’estate per ritrovare le atmosfere e
la luce di allora. Lì si andava sempre tra luglio e
agosto. Neppure una volta capitò di andarci in un’altra
stagione.
Ora, anche di quelle pareti e di quei pavimenti non
rimangono che le tracce incerte della memoria umana e
quelle, non meno precarie, della memoria fotografica.
Le immagini che formano i Frammenti domestici aspirano a
essere fedeli riproduzioni delle porzioni di mondo che
rappresentano. Ho lavorato con un apparecchio di grande
formato, la vecchia Linhof Technicardan di mio padre:
uno strumento che favorisce la cura meticolosa e
garantisce la restituzione fine dei particolari.
Ma, paradossalmente, la riproduzione fedele di alcuni
frammenti di realtà, isolati dal loro contesto,
trasfigura la realtà stessa: i soggetti fotograficamente
riprodotti appaiono qualcosa di nuovo e quasi
inaspettato. E proprio questa visione diversa e
rinnovata di ciò che sembra famigliare e conosciuto è
per me una ragione del fascino e della potenza
espressiva della fotografia.
Alessandro Vicario
Milano, novembre 2005 |